Centenario della morte di Ricciotti. Presentazione a Caprera di due libri di Annita Garibaldi Jallet

Nel corso delle celebrazioni dei cento anni dalla scomparsa di Ricciotti Garibaldi, il Compendio garibaldino di Caprera ha fatto da cornice alla presentazione di due libri, entrambi scritti da Annita Garibaldi Jallet. Il primo è la riedizione di un volume che ripercorre gli episodi della vita del nonno dell’autrice, “Ricciotti, il Garibaldi irredento”, dato alle stampe qualche anno fa. Il secondo parla invece del padre di Annita, “Un Garibaldi, Sante, mio padre”. Il 28 settembre scorso, nella saletta che ospitava il Mulino a vento, erano presenti l’autrice, l’architetto Sergio Cappai, Direttore dei Musei Garibaldini di Caprera, di fresca nomina, Gianvincenzo Belli, assessore alla Cultura del Comune di La Maddalena, Antonello Tedde, presidente dell’A.N.V.R.G. sezione Teresita Garibaldi, l’editore Paolo Sorba e Gian Luca Moro, coordinatore del museo. Il compito di illustrare i due volumi è spettato al professor Paolo Lisca, docente del Liceo Dettori-De Andrè di Tempio Pausania e vice presidente dell’A.N.V.R.G. . La manifestazione, che ha visto una buona partecipazione di pubblico, era inserita all’interno delle “Giornate Europee del Patrimonio 2024”. Ricciotti è stato un personaggio di primo piano nell’ambito della prosecuzione della tradizione combattentistica garibaldina. Prese parte alla terza guerra d’indipendenza e alle battaglie di Monterotondo e Mentana. Partecipò alla guerra franco-prussiana combattendo nei Vosgi. Per due volte, nel 1897 e nel 1912, corse in difesa della Grecia contro l’Impero ottomano. Nel 1887 fu eletto deputato alla Camera, ma si dimise tre anni dopo. Nel 1914 spinse il figlio Peppino a raccogliere una legione di volontari italiani che fu impiegata nell’Argonne, dove persero la vita altri due suoi figli, Bruno e Costante. Devoto alla figura paterna, si impegnò fortemente per mantenere in vita il patrimonio ideale di Garibaldi concependo un progetto di prosecuzione dinastica della tradizione garibaldina, che in effetti nacque e si concretizzò con lui. Sognò infatti che ognuno dei suoi sette figli maschi, in veste di ufficiale, si ponesse a capo di altrettante legioni di volontari garibaldini, nella convinzione che essere un Garibaldi rappresentasse di certo un onore ma anche una serie di oneri a cui non ci si dovesse sottrarre. Ma i tempi cambiavano, e lo seppe bene il figlio Sante, il quale declinò in chiave democratica e antifascista la tradizione garibaldina. Pur seguendo, nella fase giovanile, i dettami paterni, Sante cercò sempre di costruirsi degli spazi alternativi che non comprendessero gli scontri armati. Abile costruttore, edificò lo stadio di Bordeaux e sviluppò in Francia la sua attività imprenditoriale, mettendo a frutto l’esperienza nel settore maturata nei nove anni passati in Egitto. Personalità complessa e aliena al compromesso, non fece mai la minima concessione al regime, ribellandosi al comportamento tenuto invece dai fratelli, che nell’avvicinamento a Mussolini, caldeggiato dal fratello minore Ezio, fascista della prima ora, volevano vedervi lo sbocco fatale della “via auspicata dal Nonno”. Ciononostante è indiscutibile la sua fedeltà alla famiglia di origine, che lo condurrà a fare scelte difficili ma non metterà in discussione la sua costante attività di opposizione al fascismo, che purtroppo determinerà anche la sua fine prematura. Sorvegliato dal regime, braccato dalla Gestapo, venne arrestato e incarcerato nei campi di concentramento nazisti. Al suo rientro in Francia, la debilitazione nel fisico dovuta alla carcerazione non gli diede scampo e morì di lì a poco, nel 1946, non prima di aver stilato una lunga memoria autobiografica, riportata nel libro di Annita, testimonianza di una vita fortemente attiva e coerente dal punto di vista umano e ideologico. Ricciotti e Sante, figli di due epoche diverse, esponenti di mentalità a volte divergenti, costretti a confrontarsi con l’inevitabile cambiamento dei tempi nel passaggio dall’Ottocento al Novecento, cercarono di interpretare, ognuno a suo modo, tale cambiamento, non risparmiandosi in termini di energia e attivismo e sforzandosi di tener fede ai valori antichi di cui si sentivano portatori.

Paolo Lisca